Dormono, a meno di cento metri di distanza. O meglio vegliano, nella notte calda e senza vento. Respirano la stessa aria, densa di profumi estivi, di presagi di festa, di una bellezza pronta a marcire. Molte cose li separano. L’etą, innanzitutto. Mezzo secolo, piĚ o meno tanta deve essere la differenza tra di loro.  L’uno nel centro pulsante e nervoso del suo processo vitale, l’altro ai margini estremi, in un punto di rara vita. Uno visibile, rumoroso, inquieto nella confusa ricerca di sé, l’altro invisibile, silenzioso, stanco, ma non arreso.  Entrambi soli.

 

Matarazzo naufraga nella sua casa. Come dappertutto, come ogni giorno. Da quanto tempo Ź cosď, non lo ricorda. E neppure sa se Ź per questo che Licia sia andata via, o per altro motivo, sconosciuto anche a lui stesso…………..Non tollera la parata costante delle persone che sfilano per il Corso cittadino e che si nutrono di cazzate all’ultima moda. Perciė, alla fine, solo quella casa, che pure ha gią ridotto a immondezzaio, sulla salita dell’Orologio, in quel centro antico dimenticato anche dai cani, dą sollievo al suo carattere spinoso e selvatico…………..

 

Quella casa, sotto la torre dell’orologio, Melillo l’ha voluta ad ogni costo. E’ su di essa che era venuta giĚ la cima della torre, la sera del terremoto dell’80, trascinandosi vite sorprese e sgomente. Poi, lentamente, il fabbricato era  stato ricostruito, come la torre, e per un giro di eventi profetico e misterioso la casa era  arrivata fino a lui. O meglio una parte, quella che gli bastava. Quella distanza sospesa dal centro, vicino eppure lontanissimo, era  stata la salvezza. La cittą aveva girato le spalle al suo centro antico, Melillo aveva girato le spalle alla sua cittą……………..